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Dazi USA | A pagare il conto della scelta di Trump sono… gli americani: i dati della BCE

Le politiche commerciali adottate dagli Stati Uniti negli ultimi anni, in particolare l’imposizione di nuovi dazi sotto l’amministrazione Trump, sono state oggetto di ampio dibattito e accese discussioni a livello internazionale. L’intento dichiarato di queste misure era la protezione dell’industria nazionale, la salvaguardia dei posti di lavoro americani e il riequilibrio di una bilancia commerciale percepita come sfavorevole. Tuttavia, una recente e approfondita analisi condotta dalla Banca Centrale Europea (BCE) rivela una realtà economica ben diversa da quanto auspicato, gettando una luce cruda su chi sia il vero destinatario del peso economico di queste complesse misure tariffarie.

Secondo lo studio della BCE, i cui risultati sono stati anticipati in vista del bollettino economico in pubblicazione, l’aumento dei dazi ha avuto un impatto sorprendentemente limitato sui prezzi finali praticati dagli esportatori stranieri che vendono i loro beni al mercato americano. Questo significa, contrariamente alle aspettative iniziali, che le aziende estere non hanno modificato in modo significativo le loro strategie di prezzo per compensare i costi aggiuntivi imposti dai dazi statunitensi. Invece, la stragrande maggioranza di questi oneri si riversa direttamente sulle spalle di chi vive e opera quotidianamente all’interno degli Stati Uniti, ovvero le imprese e, in ultima analisi, i consumatori americani.

L’analisi della Banca Centrale Europea

L’analisi della BCE svela i numeri che parlano chiaro sull’economia europea.

 

Lo studio meticoloso della BCE ha esaminato da vicino le intricate dinamiche economiche generatesi a seguito dell’incremento delle tariffe. I dati raccolti e analizzati sono a dir poco inequivocabili e disegnano un quadro preciso: solo un misero 5% dei costi aggiuntivi generati dai dazi è stato concretamente sostenuto e assorbito dagli esportatori internazionali. Questo dato fondamentale smentisce categoricamente l’idea prevalente che i dazi costringano i paesi esteri a “pagare” direttamente per mantenere l’accesso al lucrativo mercato statunitense, una narrazione spesso promossa durante il periodo di implementazione delle tariffe.

La parte più consistente, ben il restante 95% dei costi aggiuntivi, grava invece pesantemente sulla complessa catena di distribuzione interna e, in ultima analisi, si scarica sui portafogli dei consumatori finali americani. Dalle prime fasi del 2025, gli Stati Uniti hanno implementato un’escalation progressiva e significativa dei dazi, portando il tasso medio applicato sulle importazioni da un modesto 3% iniziale a un imponente 18,2% entro novembre 2025. Nonostante questo notevole e rapido aumento delle tariffe, l’analisi della BCE mostra che i prezzi delle merci importate – calcolati al netto dei dazi applicati – hanno registrato solo una leggera e insufficiente diminuzione. Tale calo non è stato sufficiente a bilanciare l’onere aggiuntivo imposto. Parallelamente, si è osservato un calo considerevole nei volumi di importazione complessivi, indicando chiaramente una contrazione della domanda di beni esteri da parte del mercato americano.

Mauro

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