Tuttavia, entrambi sono a rischio di diventare facili bersagli. Donald Trump non esiterebbe ad addossare a Vance le colpe di un accordo insoddisfacente, con Jared Kushner e Steve Witkoff pronti a rinfacciargli ogni errore. Per Ghalibaf, l'”eterno candidato” che ha fallito quattro volte le elezioni presidenziali e ha affrontato scandali per corruzione, l’esclusione politica sarebbe ancora più agevole, e i sospetti di doppiogiochismo potrebbero riemergere.
La prudenza dei negoziatori e l’ombra di Trump
Considerate le alte poste in gioco, entrambi i portabandiera del negoziato devono muoversi con estrema cautela. Vance ha ostentato ottimismo, dichiarando ai giornalisti: “Credo che i negoziati saranno positivi se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede. Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile. Il Presidente ci ha fornito delle linee guida piuttosto chiare”. Tuttavia, la “chiarezza” quando si tratta di “The Donald” è un concetto effimero.
L’ombra di Donald Trump incombe pesantemente sulle trattative. Ancor prima dell’avvio ufficiale, l’ex presidente ha lanciato un avvertimento diretto sugli eventuali pedaggi iraniani a Hormuz tramite il suo social Truth, scrivendo: “È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!”. Subito dopo, ha annunciato cripticamente “il più grande reset del mondo”.
Quest’ultima espressione potrebbe alludere a un capovolgimento dei punti più controversi del decalogo per il cessate il fuoco. Un documento, tra l’altro, redatto dagli iraniani e mediato dai pakistani, ma accettato in precedenza “a scatola chiusa” dalla Casa Bianca. La pressione di Trump suggerisce una forte resistenza a concessioni che potrebbero essere percepite come deboli o svantaggiose per gli Stati Uniti.
I nodi irrisolti del decalogo: un’intesa sul filo del rasoio
Il decalogo per il cessate il fuoco, base di questi complessi negoziati, presenta punti estremamente delicati che rendono un accordo onorevole una vera impresa. Il documento autorizza l’Iran a imporre pedaggi alle navi in transito nello Stretto di Hormuz, una mossa che altererebbe significativamente gli equilibri regionali e globali. Non solo, consente a Teheran di riprendere la corsa al nucleare, annullando anni di sforzi diplomatici internazionali per contenerne lo sviluppo.
Un altro punto critico è la concessione della fine di tutte le sanzioni contro l’Iran, un sollievo economico massiccio che potrebbe rafforzare la sua influenza e capacità operative. Il decalogo estende inoltre a Israele l’obbligo di porre fine alle ostilità in Libano e Siria, legando direttamente il destino del conflitto israelo-palestinese a questo accordo più ampio. Questi sono aspetti che toccano corde sensibili e interessi nazionali profondamente radicati, rendendo ogni passo falso potenzialmente catastrofico.
Trovare un compromesso su queste questioni è come camminare sulla fune in un circo senza più rete di protezione. Ogni delegazione è sotto pressione per portare a casa un risultato che possa essere venduto come una vittoria in patria, senza tuttavia alienare gli alleati o concedere troppo ai rivali. L’esito di Islamabad determinerà non solo il futuro politico di Vance e Ghalibaf, ma potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere nel Medio Oriente per gli anni a venire.

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